Omelia del Cardinale Angelo Bagnasco. «L'amore di Dio è tenerezza»

«Il logo del vostro Giubileo esprime in modo originale ed efficace la natura della Chiesa, casa fra le case, approdo, ristoro e sicurezza; ma anche tenda che non trattiene a sé, ma che indica il suo Signore, luce che essa riflette sul mondo come la luna ha la gioia di riflettere il sole». Con queste parole S. Em. il Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Cei, ha aperto sabato 21 in Cattedrale l'anno giubilare per il bicentenario della Diocesi di Caltagirone.

 

TESTO INTEGRALE DELL'OMELIA

OMELIA DEL CARDINALE ANGELO BAGNASCO
Celebrazione di apertura del Bicentenario dell’istituzione della Diocesi, Caltagirone 21.11.2015

 

            “Un duplice anno di grazia”

Cari confratelli nell’Episcopato, nel Sacerdozio e nel Diaconato

Cari fratelli e sorelle nel Signore

            È per me motivo di gioia e di onore poter condividere la gioia di questa Chiesa di Caltagirone che – proprio nella Solennità di Cristo Re dell’Universo – inizia la celebrazione del Bicentenario della sua istituzione. Ringrazio con stima e amicizia il Vostro Vescovo, S.E. Mons. Calogero Peri, per il fraterno invito che mi ha rivolto. Vi porto anche l’eco dei vostri Vescovi, che ho la grazia di servire e rappresentare: la gioia di una Comunità è la gioia di tutta la Chiesa Italiana, nello spirito della comunione che ispira il camminare insieme.

            La storia è nota: il 12 settembre 1816, il Papa Pio VII erige la nuova Diocesi venendo così a rispondere ad esigenze pastorali nuove, esigenze alle quali era possibile meglio provvedere con un territorio meno esteso, che avrebbe permesso una maggiore vicinanza al popolo. Da sempre la missione della Chiesa è quella di essere vicina alla gente là dove vive, è quella di conoscere e condividere gioie e dolori, speranze e angosce del cuore umano.

Chi, più dei Pastori, che vivono tra le case degli uomini e hanno il dono di entrarvi con umiltà e discrezione: chi più di loro conosce gli animi, le storie, gli aneliti, luci e ombre delle persone, delle famiglie, di bambini, giovani e anziani? Com’è bella e grande la vocazione al Sacerdozio, l’essere – pur nella nostra povertà di uomini – segni visibili ed efficaci di Gesù buon Pastore! E quanto è vero che l’agire pastorale deve sempre conformarsi al bene delle anime, come afferma il Concilio Vaticano II! Il logo del vostro Giubileo esprime in modo originale ed efficace la natura della Chiesa, casa fra le case, approdo, ristoro e sicurezza; ma anche tenda che non trattiene a sé, ma che indica il suo Signore, luce che essa riflette sul mondo come la luna ha la gioia di riflettere il sole. L’immagine della Chiesa come “misterium lunae” non solo ha una grande forza evocativa, ma anche racchiude una grande responsabilità, e chiama in campo innanzitutto noi Pastori: ci fa interrogare sulla limpidezza della nostra vita, sull’umile generosità del nostro apostolato, sulla luminosità della gioia che il popolo deve intravedere sui nostri volti e sentire nelle nostre voci. Una gioia ostinata e impenitente perché non fondata su illusioni, ma sul coraggio dell’eroismo che crede nel miracolo della grazia. Che quest’anno giubilare porti a noi Pastori il dono di respirare a pieni polmoni la nostra vocazione: allora il nostro sacerdozio diventerà una costellazione in grado di illuminare il popolo e l’intero universo.

Cari Amici, prima di chiederci che cosa ha da dirci il Bicentenario della Diocesi, poniamoci un’altra domanda: qual è il messaggio della solennità liturgica di Cristo Re? La regalità di Gesù è salvarci, e per noi servirLo è lasciarci salvare da Gesù, è lasciarci amare da Lui che è verità e amore. Oggi si parla volentieri di amore ma meno di verità, come se fossero in contrasto tra loro, e come se l’amore non fosse impegnativo come la verità. Ma non è così. Noi tutti – ma specialmente voi coppie di sposi, voi famiglia, genitori e figli – conosciamo quanto è grande in tutti il desiderio di amare e di essere amati. Ma anche sappiamo quanto sia difficile questo. Amare, infatti, non è prendere e possedere, ma uscire da sé per diventare dono in famiglia, in casa, al lavoro, nella comunità cristiana, nel presbiterio… E lasciarsi amare è sempre – poco o tanto – cedere il timone della propria esistenza, è arrendersi, rinunciare a puntigli, progetti individuali, risentimenti … è fidarsi degli altri, soprattutto di Dio. L’amore di Gesù conduce alla croce, per questo il legno secco del Calvario – irrorato dal sangue di Dio – diventa l’albero della vita nuova; da patibolo diventa trono glorioso, luce e speranza del mondo. Molti – ricorda Sant’Agostino – amano la verità quando risplende, ma non quando rimprovera, dimenticando che chi ama veramente desidera e si adopera perché l’altro sia sempre migliore. Cristo è la verità di Dio e il suo amore, per questo è esigente.

Ascoltiamo ora la seconda domanda: che cosa dice questo Bicentenario? Risuonano chiare e dirette le parole del vostro Vescovo: “l’annuncio di Gesù deve essere la cifra caratterizzante il nostro Giubileo diocesano”. Se il Signore è veramente ragione della nostra vita, se è la luce dei nostri occhi, la perla preziosa del Vangelo, allora non possiamo tenerLo per noi, non possiamo non farci messaggeri intrepidi e appassionati di una notizia che da millenni cammina nel tempo per giungere fino a noi, a ciascuno di noi, a tutti gli abitanti di questa nobile terra. Il Giubileo ci faccia uscire per le strade, ci doni l’ardore e l’ardire di dire che Gesù è il Signore. Non occorrono particolari preparazioni, lunghi studi, corsi complessi…basta avere incontrato il Risorto, aver sentito nel cuore la sua voce, aver percepito la sua promessa, il suo respiro, e allora nulla ci può trattenere o intimidire: Cristo è il senso della nostra vita, la luce delle nostre tenebre, il ristoro per la sete, il pane per la fame, l’Amico dei nostri giorni, e il Compagno di strada in questo terreno peregrinare verso il Cielo. Araldi di Gesù perché intimi di Lui nella preghiera, nell’Eucarestia, nell’ascolto della sua Parola che illumina e consola.

Ma c’è una seconda consegna che il cuore del Vescovo affida al nostro: “una più convinta appartenenza ecclesiale”. Siamo a volte così restii ai legami, alle appartenenza.. come se appartenere a una storia, ad una famiglia, ai buoni amici, alla Chiesa… limitasse la nostra libertà. Ma è il contrario! I legami che creano appartenenza non sono dei limiti, ma piuttosto condizione per essere veramente liberi, se stessi e felici. Sentire che qualcuno ci pensa con affetto, che desidera rivederci, che torniamo a casa, che conta su di noi … sono segno di un’appartenenza, è cosa seria e bella. E ci fa bene. Una più convinta appartenenza ecclesiale vuol dire coinvolgimento di mente e di cuore, di tempo e di impegno; ma il Signore è sempre più grande e generoso, ci dona il centuplo quaggiù e un giorno la vita eterna.

Infine, non possiamo dimenticare la lieta coincidenza del Bicentenario e l’anno Santo della Misericordia. Il Santo Padre ci invita a fare tutti un’esperienza più intensa di quella misericordia di cui Gesù è il volto. È utile ricordare che, nella Bibbia, la misericordia viene espressa soprattutto con due parole ebraiche: la prima indica l’amore fedele di Dio all’uomo. Dio ama gli uomini non in misura della loro fedeltà, ma in virtù della fedeltà al patto che Dio ha stabilito con l’umanità e che ha sigillato con la croce del Figlio unigenito. Questo amore assolutamente fedele genera nell’uomo sicurezza e fiducia: sicurezza perché ci possiamo contare in qualunque situazione ci troviamo, e fiducia perché la fedeltà di Dio ci rivela che siamo preziosi, che contiamo per lui, che abbiamo valore.

Con un’altra parola, invece, la Bibbia esprime la fedeltà di Dio come grembo materno e tenerezza. Anche questi significati hanno molto da dirci. La misericordia si presenta come l’amore che si riveste di tenerezza, che non spaventa e recrimina, che è fermo ma non umilia. Ma anche che è fecondo, genera e rigenera la vita. Allora possiamo dire che la celebrazione del Bicentenario deve essere il volto della misericordia di Dio su questo territorio, deve manifestare a tutti il volto della comunità cristiana come amore fedele che non si scoraggia davanti alle sordità degli uomini e alle prove della vita: deve manifestarsi come una Chiesa che si avvicina con tenerezza, con la delicatezza materna, che offre a tutti la sua fecondità, che non si stanca di rigenerare alla vita di Dio, alla speranza e alla pace.

Cari Amici, guardiamo al volto di colei che più di ogni altra creatura esprime l’amore fedele e tenero, rassicurante e fecondo di Dio, la Santa Vergine. Sia Lei a raccogliere nel suo cuore di Madre questo anno di duplice grazia per la Diocesi di Caltagirone. Sia lei a stringere nel suo cuore l’intera comunità cristiana, famiglia di famiglie, i poveri e i deboli, i giovani e gli anziani, dono di Dio per l’umanità e per la Chiesa.

 

Angelo Card. Bagnasco

Arcivescovo Metropolita di Genova

Presidente Conferenza Episcopale Italiana

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