Omelia di S. Em. Rev.ma il Cardinale Francesco Montenegro - 11 gennaio 2016 - Festa del Patrocinio di San Giacomo

Saluto cordialmente tutti, saluto il fratello Calogero che ringrazio per il suo invito e per la sua amicizia soprattutto. Saluto i presbiteri, i diaconi e le autorità presenti e tutti voi, un saluto affettuoso e cordiale.

Devo augurarvi subito Buon Compleanno perché oggi sono 200 anni per questa Chiesa e siete una Chiesa che nonostante i due secoli, resta giovane perché è Chiesa che ama, questo dice la vostra tradizione e la vostra storia. Ma non è soltanto Chiesa che ama, essa stessa è amore.

E ora permettetemi anche un ricordo personale. Con Caltagirone ho un dono in comune: Mons. Fasola. Quel grande Vescovo e padre cui ho avuto la gioia di essere segretario per sei anni e che in questa Chiesa ha seminato il suo amore e la Parola e mi piace stasera, tenendo conto delle letture ascoltate, pensando al Giubileo della Misericordia, guardare con voi il patrono San Giacomo e vedere nelle sue caratteristiche i tratti che devono essere riconoscibili nella Chiesa. Questa Chiesa di Caltagirone e non solo.

La Chiesa che è in cammino verso l’orizzonte proposto da Gesù, anche perché, celebrare un compleanno non è solo ricordare e guardare quanto si lascia alle spalle. Ma di questo ringraziamo il Signore per quello che ha operato in questo territorio e in questa Chiesa. Ma fare il compleanno è soprattutto guardare il cammino da compiere, ricchi appunto di quanto si è vissuto. Giacomo è stato chiamato da Gesù a condividere e vivere con lui i suoi momenti solenni e ufficiali. Si è lasciato afferrare dalla forza sconvolgente della parola del maestro tanto da cambiare, e senza pensarci troppo, la propria vita fino ad arrivare al martirio. Ma anche Giacomo, come ogni uomo, ha dimostrato fragilità, pensieri troppo umani, lentezze e tentazioni tanto da chiedere a Gesù di sedergli accanto assieme al fratello nel suo regno. Ma è Giacomo che, assieme a Cefa e Giovanni, ricorda a Paolo di dare attenzione ai poveri per non rischiare di dimenticarli. Ed è lui a scrivere che senza le opere la fede è morta.

Allora stasera voglio chiedermi e chiedere con voi: “ma quale Chiesa per oggi e per domani, visto che il Signore ci chiede, grazie alla sua Pasqua e alla sua Resurrezione, di guardare avanti?”

Una Chiesa consapevole che può vivere la fedeltà al suo sposo ma può viverla solo se si mette al servizio del mondo.

Una Chiesa il cui compito è gridare la profezia ma anche scandalizzare con i gesti dell’amore.

Una Chiesa che non guarda il mondo con timore ma si immerge in esso anche se il mondo della violenza, delle periferie, dello squallore, della mafia, della disoccupazione di coloro che non hanno mai sentito parlare di Dio.

Una Chiesa che non può non aprirsi a questi mondi e servirli in nome di Cristo. E lo fa cosciente che il mondo è il luogo in cui i discepoli rispondono alla vocazione di essere Chiesa radunata nella carità, che è il luogo dove si realizza il futuro che Dio ha promesso, e che in essa e con essa, intende anticipare.

Una Chiesa che riconosce che il territorio è l’ambito di incontro tra la fede e la storia.

Chiesa che sa che essa c’è per il cuore e la grandezza dell’uomo, soprattutto di chi è stato messo fuori dal giro della società, che sa di esserci per aiutare l’uomo ad avere speranza ed essere, essa stessa, speranza.

Chiesa che riconosce che il suo posto è là, dove la gente lavora, gioisce, soffre, abita, vive, che capisce la solitudine e la sofferenza del lebbroso e lo guarisce toccandolo, che piange senza vergogna assieme alla mamma che accompagna il figlio alla sepoltura, che partecipa alla gioia dei due sposini di Cana e non permette che la festa si rovini.

Chiesa che, ricca di Dio, sceglie l’umano e accetta il rischio della ferialità. Che sente forte l’esigenza di un nuovo modo di porsi di fronte al mondo, modo nuovo di amarlo, di valorizzare i suoi progetti, i suoi desideri, la sua interpretazione, la sua voglia di vivere, di lavorare, di costruire il futuro.

Una Chiesa che è consapevole che, solo se si lascia fabbricare dall’Eucaristia, riuscirà a sentire il brivido della passione per l’uomo. Che sente la necessità della preghiera ma sa che per pregare, e pregare bene, occorre avere in mano insieme la Bibbia e il giornale.

Una Chiesa che vive la fede con gioia, purchè non si accontenti di una fede mignon, light, una fede a bassa caloria, da prendi 3 e paghi 2, ma si lascia guidare per essere pronta e dare amore a tutti, specialmente i più marginati, perché essa è carità.

Chiesa che serve come il sale che dà sapore sciogliendosi, come la candela che illumina consumandosi, come il lievito che fermenta mescolandosi con la farina, come il chicco che diventa grano marcendo.

Chiesa che ha nella carità la sua carta costituzionale, che ama servendo e serve amando perché una Chiesa che non serve, non serve a niente.

Chiesa che non si accontenta di essere esperta in umanità ma vuole essere immessa nell’umanità.

Chiesa che non sta con l’Epulone perché sa bene che in Lazzaro c’è il suo Signore, che esce nelle piazze a tutte le ore del giorno e sa aspettare che il grano germogli nonostante la zizzania, che preferisce essere seminatrice più di speranze che di paure.

Chiesa che è così piena d’amore da saperlo trovare anche dove nessuno lo penserebbe. Il ladrone sulla croce, si sentì guardato dal Signore e cambiò il suo cuore.

Una Chiesa che sa parlare di Dio che ama, ride, piange, che è geloso ma ha anche una debolezza: gli umiliati, i senza nome, gli ultimi, i nessuno

Chiesa che è un focolare sempre acceso per quanti hanno freddo e sono soli., che ha del pane caldo preparato per quanti hanno fame, che ha la porta aperta, la luce accesa, il letto pronto per chi è in viaggio, stanco, alla ricerca di un amore che non ha ancora incontrato.

Chiesa che percorre le Samarie di oggi, quelle Samarie costellate di pozzi perché la si può incontrare la samaritana, affiancate dai marciapiedi perché lì c’è seduto il cieco nato, ricche di alberi perché lassù c’è Zaccheo, cosparse di case perché c’è la casa di Simone il lebbroso.

Chiesa che esce per strada attrezzata, attrezzata di olio, di vino, avendo anche l’asino che può servire a portare qualcuno.

Chiesa che ha in mano come bussola il Vangelo e che percorre instancabilmente la strada che da Gerusalemme va a Gerico: è la strada del samaritano, ma va anche per la strada di Emmaus, che è quella dei viandanti senza speranza.

Chiesa che quando incontra un uomo, soprattutto in difficoltà, si ferma, lo guarda e regola il suo passo su quello dell’uomo.

Chiesa che davanti alle paure degli uomini perché la barca sembra affondare, dice come Cristo, con immensa comprensione e sicurezza: ma perché avete paura?

Chiesa che non solo parla di emarginazione, di emarginati, ma costoro li mette al centro e li considera sua ricchezza come Gesù mise al centro l’uomo con la mano offesa o il paralitico.

Chiesa che vede il peccato nella società ma vede anche il suo peccato.

Chiesa che perchè ama, dovrebbe far gridare al mondo: guardate come si amano, facendosi servizio, dovrebbe far dire ai poveri: “guardate come ci amano”.  Che trasformando la parola in gesti fa chiedere: ma chi ve lo fa fare ad marci. Questo è l’interrogativo che dobbiamo lasciare nel cuore di chi incontriamo.

Chiesa che sa consegnarsi alla sorpresa divina della storia oggi, che ama guardare il cielo e ricca di esso, fa dell’amore per l’uomo, il suo credo.

Perciò Chiesa che non giudica, che perdona, ma anche che sa chiedere perdono, che mostra tutta la sua bellezza quando si fa serva dell’uomo, di ogni uomo, del più povero.

Chiesa che guarda ogni uomo non solo come impegno ma come ricchezza, che sa occuparsi delle cose di Dio ma che sa che ciò che sta a cuore di Dio sono le cose degli uomini.

Chiesa che non è preoccupata di dare risposte perché non sempre le ha, anzi che ha il coraggio di chiedere agli altri cosa hanno da dire e da offrire per affrontare insieme il problema.

Chiesa che è preoccupata non solo di custodire la verità, ma anche di rivelare l’amore.

 Chiesa che non offre un Dio surgelato e definitivo, ma un Dio vivo, imprevedibile, giovane, presente, che continua a parlarci ancora oggi, anche attraverso questa storia che sembra disastrata che stiamo vivendo ma attraverso tutti questi eventi, Lui continua a parlarci.

Chiesa che non si sente sicura di quanti non agiscono per non sbagliare ma preferisce coloro che hanno peccato per camminare.

Chiesa che sa parlare più di Dio che del diavolo, del cielo che dell’inferno, della bellezza che del peccato, della speranza che della paura, dell’amore che delle norme, della fame dei poveri che della collaborazione con i ricchi, del bene anziché del male, di quello che è permesso anziché di quello che è proibito.

Chiesa che sa parlare dell’oggi e del futuro e non solo del passato.

Chiesa che sa essere discepola e maestra nello stesso tempo, che ci assicura che la Pasqua è già esplosa, che noi abbiamo già iniziato a risuscitare.

Questo sento di dire in un momento di Chiesa così forte e così bello come quello che state vivendo.

Una Chiesa che, ricca della sua storia, ha voglia di guardare avanti e guidata dal suo pastore, è disposta a fare questo cammino. Rischioso senz’altro ma l’amore è sempre rischio, un amore che non rischia non è mai amore. Gli manca sempre qualcosa per essere tale.

Ecco appunto nel giorno del compleanno della vostra Chiesa, ho voluto leggere liberamente la parola di Dio guardando avanti. Forse devo chiedervi scusa per il modo in cui l’ho fatto, quanto vi ho detto l’ho fatto diventare oggetto della mia preghiera e pregherò in questa messa per questo. E ve lo presento come augurio per la vostra festa. Possa la Chiesa calatina essere sempre fedele, bella e giovane, come la sogna e l’ha sognata il Signore del cielo e della terra. Vi confesso che la stessa preghiera l’ho elevata al Signore per la Chiesa che i è stata affidata, quella di Agrigento. Allora vi chiedo di pregare anche voi per la Chiesa agrigentina così come io sto offrendo al Signore la mia preghiera e il mio sacrificio per voi.

Maria santissima, san Giacomo e san Gerlando, protettore di Agrigento, ci aiutino nel nostro cammino, arduo ma bello, perché è un cammino che porta alla Pasqua.

Auguri a te, Vescovo e pastore di questa Chiesa, auguri a tutti voi, con tanta speranza nel cuore e la gioia di essere noi la continuazione di Cristo oggi.  

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