Cosa è il Giubileo

Il Giubileo

La parola Giubileo deriva dall’ebraico Yovèl, il corno di ariete che la legge mosaica prescriveva di suonare a mo’ di tromba ogni cinquant’anni come segnale di inizio di un anno santo, di un anno tutto dedicato al Signore. «Farete squillare la tromba per tutto il paese – si legge nel libro del Levitico. Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo» (Lev 25,9-11).

Il Giubileo è l’anno della remissione dei peccati e delle pene dei peccati, della riconciliazione, della conversione e della penitenza sacramentale. È un tempo di speciale solidarietà, speranza, giustizia, impegno al servizio di Dio nella gioia e nella pace con tutti. Ma soprattutto, l’Anno giubilare è l’anno di Cristo, portatore di vita e di grazia all’umanità. È Anno Santo soprattutto perché ha come obiettivo la santità di vita degli uomini.

Il Giubileo universale può essere: ordinario, se legato a scadenze prestabilite (in genere 50 o 25 anni); straordinario, se viene indetto per qualche avvenimento di speciale importanza; particolare, limitato cioè agli abitanti di una determinata città, provincia, o località.

La consuetudine di indire Giubilei straordinari risale al XVI secolo; la loro durata è varia, da pochi giorni a un anno. Prima di quello voluto da Francesco sulla misericordia, sono stati 64 i Giubilei straordinari universali della storia, con vari significati e presupposti. Il primo fu concesso da Sisto V (1585-1590) il 25 maggio 1585 per inaugurare il proprio pontificato, avviando così una consuetudine che sarebbe continuata con vari successori. Ci sono stati Giubilei straordinari per favorire la pace tra cristiani; per necessità particolari delle gerarchie ecclesiastiche; per speciali circostanze storiche come il buon esito di un Concilio, la lotta contro i turchi, il 50° della definizione del dogma dell’Immacolata Concezione.

L’ultimo, quello di san Giovanni Paolo II, 32 anni fa: aprì la Porta santa il 25 marzo. Il penultimo era stato quello di Pio XI il 6 gennaio 1933 per lo stesso motivo di Karol Wojtyła: il 19° centenario della Redenzione operata da Cristo in croce. Quelli di Giovanni Paolo II e Papa Ratti sono stati gli unici due del XX secolo, durante il quale ci sono stati anche due Anni mariani (che non sono propriamente Giubilei): uno è stato celebrato nel 1954, indetto da Pio XII, per il centenario della definizione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria; l’altro nel 1987-88, ancora con Papa Wojtyła, nell’imminenza dei 2000 anni dalla nascita di Gesù e di conseguenza per il bimillenario di Sua Madre.

Il Giubileo nella Bibbia

Il testo fondativo dei Giubileo biblico è Levitico 25,10: «Dichiarante santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un Giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia». È importante sottolineare che la teologia sottesa a questo versetto che fonda l’anno giubilare è legata al sabato e all’anno sabbatico.

Quest’ultimo, basato su Levitico 25,2 («Quando entrerete nel paese che io vi do, la terra dovrà avere il suo ‘shabbat’ consacrato al Signore») è nell’arco dei sette anni quello che il giorno sabbatico è nell’arco della settimana. Di qui il triplice imperativo dell’anno giubilare: la restituzione delle terre, il condono dei debiti e la liberazione degli schiavi. Nella teologia dell’anno giubilare si concentra una molteplicità di temi biblici e spirituali che da sempre hanno alimentatole continuano ad alimentare la vita dei popolo ebraico.

La parola Giubileo richiama alla mente il concetto di giubilo, ossia un sentimento di gioia.

Nella Toràh, l’Anno sabbatico (Shemittà) e Giubileo (Yovèl) vengono considerati strettamente collegati. Dopo sette anni sabbatici, il cinquantesimo veniva “consacrato” anno giubilare al suono dello corno (Shofar) di ariete (Yovèl).

L’anno sabbatico, come del resto il sabato settimanale, aveva lo scopo di fare del tempo un’opportunità per interrompere la schiavitù del quotidiano materiale ed evitare di chiudersi in una visione utilitaristica o edonistica della realtà dedicandosi ai bisogni dello spirito. Esigenza già sottolineata dal legame tra il “sabato di Dio” (al termine della creazione), quello dell’uomo (dopo ogni sei giorni lavorativi), e quello della “terra” (Lev 25,2). Ogni settimo anno la terra doveva riposare. Né arata, né seminata, ciò che produceva doveva essere destinato alle categorie sociali più deboli: vedove, orfani, poveri, stranieri.

Questa antichissima istituzione, dopo l’esilio, si arricchirà di altri particolari aspetti intesi a significare il grande senso di “liberazione”: i campi e le case alienate tornavano al primitivo proprietario; gli schiavi venivano liberati; i debitori insolventi condonati. Era la celebrazione periodica della giustizia e della pace, nella ritrovata armonia dei rapporti umani e con la natura; liberazione generale delle persone oltre che dei beni.

Si evidenziava quell’ideale-utopia di situazione di uguaglianza fra tutti i figli di Israele a cui l’anno giubilare intendeva dare ampiamente eco rinforzando l’attesa del Messia, colui che sarebbe venuto come inviato da Dio a liberare gli oppressi.

L’antico giubileo ebraico, prefigurazione della liberazione messianica, si salda così con “l’anno di grazia” proclamato da Gesù nella sinagoga di Nazareth, all’inizio della sua missione. Dopo aver letto il passo di Isaia (61,1-2), Gesù arrotolò il volume e sedette. Gli occhi di tutti erano su di Lui. Ed Egli cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4,16-21).

L’inaugurazione dell’“anno di grazia” si completava con l’“anno di misericordia”, di cui Gesù parlerà nella parabola del fico sterile (Lc 13,5-9).

I segni del Giubileo

Il pellegrinaggio

Il pellegrinaggio è un antichissimo simbolo della vita cristiana, con profonde radici antropologiche: l’uomo viator. Procediamo dal mistero, Dio, e siamo in cammino verso il mistero, Dio. Nel cammino siamo accompagnati e illuminati da Cristo: «Io sono il cammino… Io sono la luce». Il pellegrino non è un vagabondo (perché sa dove arriverà), non è neanche un solitario (perché è membro di un popolo peregrino). Non ha dimora permanente in questo mondo: porta soltanto il necessario per il cammino.

Le motivazioni teologiche, pastorali, devozionali, ma anche storiche e culturali del pellegrinaggio sono evidenti: si tratta di una pia pratica da sempre presente nella storia dell’Israele biblico e poi della cristianità, alla quale non si sottrasse neppure la Sacra Famiglia di Nazareth, che si fece pellegrina alla città santa di Gerusalemme, come è narrato nel Vangelo di Luca (2,41).

Il pellegrinaggio evoca il cammino personale del credente sulle orme di Cristo: è esercizio di ascesi operosa, di pentimento per le umane debolezze, di costante vigilanza sulla propria fragilità, di preparazione interiore alla conversione del cuore. L’ispirazione religiosa del pellegrinaggio, nelle varie epoche storiche, e l’attualità di questa pratica nella società contemporanea, caratterizzata da intensa mobilità, danno nuovo impulso al pellegrinaggio.

Da paradigma della storia della salvezza, com’era in Abramo chiamato a lasciare la sua terra, la sua patria e la casa patema per raggiungere l’orizzonte indicatogli dal Signore, il pellegrinaggio diventa oggi un cammino che conduce alla “tenda” dell’incontro con l’umanità. Il Giubileo propone come luoghi o meta dei pellegrinaggi la Cattedrale, chiesa simbolo dell’unità della diocesi, e gli altri luoghi designati dal Papa nella Bolla di Indizione dell’Anno Santo della Misericordia.

La porta

Il tempio è segno della Casa del Padre, del Regno promesso dove c’è Dio che accoglie come Padre tutti i suoi figli, che per Cristo nella forza dello Spirito, in compagnia di Maria, camminano verso di Lui. Cristo è la grande porta che aprì agli uomini l’accesso al Padre. Lui è la Porta nella quale dobbiamo entrare per essere nella Casa del Padre. Si entra nel tempio per celebrare l’Eucarestia, per trovarsi come popolo radunato nella fede, per ritrovare il senso della Eucarestia domenicale che invita i cristiani ad unirsi profondamente a Gesù nel sacramento.

La porta evoca il passaggio che ogni cristiano è chiamato a compiere dal peccato alla grazia. Gesù ha detto: «Io sono la porta» (Gv 10, 7), per indicare che nessuno può avere accesso al Padre se non per mezzo suo. C’è un solo accesso che spalanca l’ingresso nella vita di comunione con Dio: questo accesso è Gesù, unica e assoluta via di salvezza. Solo a lui si può applicare con piena verità la parola del Salmista: «È questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti» (Sal 118 [117], 20). L’indicazione della porta richiama la responsabilità di ogni credente ad attraversarne la soglia. Passarvi significa confessare che Gesù Cristo è il Signore, rinvigorendo la fede in lui per vivere la vita nuova che Egli ci ha donato. È una decisione che suppone la libertà di scegliere ed insieme il coraggio di lasciare qualcosa, sapendo che si acquista la vita divina (cfr. Mt 13, 44-46).

Attraverso la porta, simbolicamente Cristo ci immetterà più profondamente nella Chiesa, suo Corpo e sua Sposa. Comprendiamo in questo modo quanto ricco di significato sia il richiamo dell’apostolo Pietro quando scrive che, uniti a Cristo, anche noi veniamo impiegati «come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio» (1 Pt 2, 5).

L’indulgenza

La Chiesa, negli Anni Santi e Giubilei, cerca di mettere in evidenza una delle sue caratteristiche più profonde per farla visibile e comprensibile a tutti. Questa caratteristica è la misericordia e l’inesauribile capacità di accoglienza e di perdono per tutti gli uomini e donne che ne hanno bisogno, siano essi vivi o già defunti. La Chiesa è chiamata a seguire l’esempio di Gesù che in innumerevoli passi del Vangelo ci spiega che Lui è venuto a cercare i peccatori, la pecora smarrita, a sanare i malati, a liberare a prigionieri. Rivela così il vero volto di Dio, Suo e nostro Padre, ricco di misericordia. La Chiesa in questa occasione speciale facilita ai fedeli l’accesso alla penitenza e alla riconciliazione. Ci insegna a fare penitenza e a espiare con opere di pietà e di amore verso Dio e verso il prossimo per accedere all’indulgenza che Dio vuole concedere a tutti i suoi figli che lo cercano con umiltà.

L’indulgenza è uno degli elementi costitutivi dell’evento giubilare. Con essa si manifesta la pienezza della misericordia del Padre, che a tutti viene incontro con il suo amore, espresso in primo luogo nel perdono delle colpe. Ordinariamente Dio Padre concede il suo perdono mediante il sacramento della Riconciliazione, ma l’avvenuta riconciliazione con Dio non esclude la permanenza di alcune conseguenze del peccato dalle quali è necessario purificarsi. In quest’ambito acquista rilievo l’indulgenza, mediante la quale viene espresso il dono totale della misericordia di Dio. Con l’indulgenza al peccatore pentito è condonata la pena per i peccati già rimessi quanto alla colpa.

La dottrina e la pratica dell’indulgenza giubilare restano quelle aggiornate da Paolo VI su richiesta del Concilio Vaticano II. Si tratta dell’indulgenza al singolare, in quanto rivela l’inesauribile mistero della comunione dei Santi e incitano ad una conversione interiore che si traduce in un impegno per rifare ciò che è sfaldato dal peccato.

Il perdono, concesso gratuitamente da Dio, implica come conseguenza un reale cambiamento di vita, una progressiva eliminazione dei male interiore, un rinnovamento della propria esistenza; e la purificazione che resta necessaria anche dopo l’avvenuta riconciliazione con Dio, supera l’ambito personale per estendersi socialmente all’intera famiglia umana, con l’intervento della Chiesa che, avendo ricevuto da Cristo il potere di perdonare in suo nome, è nel mondo la presenza viva dell’amore di Dio che si china su ogni umana debolezza per accoglierla nell’abbraccio della sua misericordia. La pratica dell’indulgenza perde, così ogni indebita sovrastruttura e si presenta come un frutto del dono di Cristo e dei Santi: un invito alla conversione e un impegno di carità fraterna.

L’indulgenza si acquista mediante la confessione sacramentale individuale ed integra e la partecipazione all’Eucaristia; la preghiera secondo le intenzioni del Romano Pontefice; la visita alla Chiesa Cattedrale e ai luoghi indicati nella Bolla di indizione dell’Anno Santo della Misericordia. Ma, al di là del luogo, se ci si recherà a visitare fratelli bisognosi o in difficoltà, quasi compiendo un pellegrinaggio verso Cristo presente in loro. Durante l’Anno Santo, infine, l’indulgenza plenaria può essere acquistata soltanto una volta al giorno e applicata, a modo di suffragio, alle anime dei defunti, grazie al legame che esiste nel Corpo mistico tra i vivi e le anime di coloro che ci hanno preceduto nel segno della fede.

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